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Fontana del Nettuno
Incastonata in una nicchia rettangolare, ai piedi della doppia scalinata che conduce dalla loggia del Casino Nobile al giardino all’italiana, è la Fontana detta del Nettuno. Fu realizzata attorno al 1762, nell’ambito del più ampio progetto di sistemazione del parco della Villa, curato da Giovan Battista Nolli, e di realizzazione del sistema idraulico dei giochi d’acqua, ad opera di Angelo Strigini.
Costruito in contemporanea ad un’altra nicchia, molto più piccola, recante anch’essa una fontana con divinità fluviale, il gruppo scultoreo è incorniciato architettonicamente da due pilastri lisci, su cui poggia un architrave sottile e privo di fregi.
Le pareti del vano sono rivestite di lastre marmoree, totalmente lisce quelle laterali e decorata da una semplice modanatura, con stelle a rilievo negli angoli, quella di fondo. Il soffitto reca tre grandi rosoni in rilievo. Due cariatidi a seno nudo, con ghirlande e ricco drappeggio sui fianchi, scandiscono la fronte della nicchia, completata in alto da una maschera di bronzo.
In tale contesto di purismo neorinascimentale, di cui il Winckelmann fu l’indubbio ispiratore, la fontana è posta scenograficamente al centro dell’incorniciatura della parete di fondo. È formata da una vasca in granito sorretta da due sfingi, da un bacino inferiore e da un alto basamento che sostiene la statua del dio fluviale.
Il “Nettuno” è databile alla fine del II secolo dopo Cristo, sia per l’ampia diffusione all’epoca di tale iconografia in ninfei e terme private sia a motivo dello stile e della tecnica adottata soprattutto per la chioma e la barba.
Su una base che simula una roccia, più alta ai lati e dal bordo frontale ondulato, giace semisdraiata sul fianco sinistro la possente figura maschile, che sorregge con la mano destra una canna palustre e con la sinistra una cornucopia da cui fuoriescono pigne, frutta e spighe. Una ghirlanda di frutti incornicia anche il capo dai folti ricci.
Nota anche come Fontana del Nilo, la statua appartiene probabilmente ad una produzione seriale, che, pur rifacendosi alle rappresentazioni alessandrine del fiume egizio, erano, tuttavia, prive degli attributi propri di quel fiume, costituite da piante, animali e altri simboli. D’altro canto, è andato perduto il contesto scultoreo cui la statua apparteneva e che avrebbe aiutato l’identificazione. Di certo, la canna nella mano è un simbolo acquatico e l’abbondanza dei frutti allude alla fertilità portata dalle piene dei fiumi.
Nel 2019 la Fondazione Torlonia, assoluta promotrice di una fondamentale opera di studio e conservazione, insieme alla Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, ha favorito il restauro della Fontana. Il progetto di restauro ha mirato alla pulitura di tutte le superfici, alla riparazione degli elementi idraulici, maggiori responsabili del deterioramento della fontana, e all’integrazione delle parti mancanti, allo scopo di rimuovere i danni apportati dal tempo e ripristinare l’efficienza dell’impianto.
L’intervento, portato avanti dall’equipe della dott.ssa Anna Maria Carruba, ha restituito la bellezza originaria alla Fontana del dio fluviale, che è tornata ad essere una tessera importante di dialogo tutto settecentesco fra natura e archeologia/arte di cui il giardino di Villa Albani Torlonia è esempio insigne.